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Intervista a Marco Di Gennaro

Intervista a Marco Di Gennaro, grande musicista della storica formazione Saxton & Di Gennaro, che lo vede suonare ormai da un decennio a fianco dell’icona jazz di Harlem, il sassofonista Bill Saxton.
Guardando indietro nella tua storia, quali sono i tuoi “padri e madri spirituali”, quali i punti fermi nella tua formazione musicale?


Posto che i padri e le madri spirituali nel jazz sono più o meno gli stessi per tutti, ci sono dei musicisti che io per esempio non conoscevo bene prima di andare a New York e che invece sono importantissimi come Frank Foster, (mentore di Bill Saxton, che ha sempre voluto Bill nelle sue varie big bands, famosa la Loud Minority), Junior Cook, Blue Mitchell, Frank Strozier, Randy Weston (con cui Bill Saxton ha suonato per anni e ancora collabora)…solo per nominarne alcuni.

Come è avvenuto l’incontro tra te e il grande Bill Saxton? Quali furono le premesse che fecero nascere la vostra collaborazione?

Ero appena arrivato per la prima volta a NYC, andai nel suo Speakeasy, il Bill’s place, ad ascoltare quella grande musica. Verso la fine molto timidamente gli dissi “Io suono il piano” e lui, molto distaccato, “buon per te!”, allora dissi “posso fare un pezzo con voi?” e lui “Tu davvero puoi?!?” e mi fece sedere al piano. Nonostante la sua fama di “tough guy” (un tipo tosto, ndr) fu in realtà molto carino, mi fece fare un blues in F, per mettermi a mio agio. E dopo quel blues mi volle nel suo quartetto, ossia divenni uno dei pianisti che utilizzava, fra la mia totale sorpresa. Al tempo non avevo idea del mio reale valore. Diventò il mio mentore, e in città tutti parlavano di me e mi davano gig (ingaggi, ndr) solo per il fatto che suonavo con lui. Sempre fra la mia assoluta incredulità. Era il 2005.
Voglio aggiungere qualcosa su Bill’s Place. Si trova uptown in Harlem sulla 133esima strada tra Lenox e 7ma Avenue (oggi in quel tratto anche chiamata Adam Clayton Powell avenue). Quel blocco già a fine anni 20 veniva chiamato Swing Street, vent’anni prima della ben più famosa 52esima strada. Era tempo di proibizionismo, la gente si riuniva clandestinamente negli Speak-easy (locuzione più o meno traducibile con “acqua in bocca”) e beveva illegalmente quell’orribile “bath tub booze” (bevanda alcoolica prodotta nelle vasche da bagno). C’era sempre ovviamente almeno un pianoforte (i jukebox erano ben di là da venire) e i pianisti intrattenitori erano gente come Fats Waller, James P. Johnson, Willie “the lion” Smith, e il Jazz conobbe un grande sviluppo proprio in questi luoghi illegali. In quella strada c’erano talmente tanti speakeasy che molta gente sulla propria porta di casa scriveva “questo non è uno speakeasy” per evitare che qualcuno magari sentendo musica da fuori provasse ad entrare all’improvviso. L’attuale Bill’s Place era uno di quei luoghi, e specificatamente quello in cui una sedicenne Billie Holiday (che cantava negli speakeasy per le tips, le mance datele dagli avventori) venne sentita e scoperta nel 1932 da John Hammond, che poi la introdusse a Bennie Goodman, e il resto è storia. Ai tempi il locale aveva il nome di Tilly’s Rib Shack. Sua moglie Dr. Theda Palmer Saxton dopo accurate ricerche ha scritto un interessantissimo libro intitolato Heirs To Dirty Linen and Harlem Gosts,  che descrive e studia tutto quel periodo del proibizionismo e gli speakeasy. Si entrava solo bussando con un codice ben preciso (tipo tre bussate e un colpo di tosse), la polizia veniva pagata per chiudere un occhio. Per fare più soldi il prodotto (chiamato anche moonshine, perché prodotto illegalmente la notte, al chiaro di luna) veniva tagliato con le sostanze più schifose, incluso il liquido da imbalsamazione. Molti tra coloro che ne facevano uso diventavano ciechi per l’estrema tossicità del liquido. Alla fine del proibizionismo molti speakeasy rimasero aperti come After Hour Club, erano aperti tutta la notte, e personaggi come il giovane Ellington e altri vi erano soliti suonare.


Da quanto il vostro binomio va avanti, e quali sono stati gli esiti? Col passare del tempo si sono aperte nuove ricerche, nuove fasi di sperimentazione?


Bill è un musicista sempre in ebollizione, sempre alla ricerca di miglioramento e di crescita, e mi ha sempre stimolato a tentare nuove strade ed a sperimentare le mie nuove idee, questo nonostante i suoi quasi settant’anni. Mi fa tantissimo piacere quando, di tanto in tanto, sento che cerca di suonare le mie cose al sassofono, così come anch’io ovviamente cerco di fare con le sue. Tramite lui ho avuto la fortuna di suonare con dei grandi come James Carter, Bobby Watson, Jason Brown, George Coleman, Essiet Essiet, e molti altri. Qualche volta Roy Haynes si faceva vedere al club e si faceva un paio di pezzi. Loro suonavano assieme negli anni 70, ed esiste addirittura un video su youtube al Music Inn a Roma. Di Roy mi ha sempre impressionato il fatto che suonò anni fa nel sessantesimo anniversario del Birdland a New York, e lui stesso sessant’anni prima ci suonò all’inaugurazione con Charlie Parker! Tanto per dirti di che razza di longevità artistica stiamo parlando…


Qual è l’attuale “stato di salute” del jazz? Ci sono, ad oggi, differenze sostanziali tra l’approccio americano e quello europeo?


C’è un’altissima qualità di musicisti anche oggi, ma il pubblico è cambiato. Ai tempi d’oro il Jazz era come la musica pop di oggi, la gente alle feste da ballo ballava sulle big bands, come possiamo anche vedere dai film degli anni 60. Oggi è purtroppo anche a New York una musica “colta”, con un pubblico certamente più limitato rispetto al rap , hiphop ecc.
I giovani ne sanno sempre meno, ed anche i ragazzi afroamericani spesso non sanno chi era per esempio Charlie Parker. Che è come se io, italiano, non sapessi chi era Michelangelo.
Certamente c’è differenza tra gli approcci americano ed europeo, soprattutto dal punto di vista ritmico, ed anche quello emozionale. Personalmente prima di approdare qui a New York avevo un’idea molto più vaga e meno precisa, ma questo potrebbe riguardare solo me. La cosa di New York è la concentrazione di talenti assurda, non soltanto tra i musicisti, ma anche tra architetti, medici, attori, danzatori ecc. Si dice che a NY ci siano circa 60 mila musicisti oggi, in grandissima parte da molto bravi a strepitosi. Grande concorrenza e competizione quindi, ma anche grandissimo stimolo ad imparare e migliorarsi.

Come è nata la sinergia con Greg Hutchinson?

Bill e Greg si conoscono da quando Greg andava al liceo. Bill è sempre stato molto attento ai giovani, ed ancora oggi c’è sempre un batterista o bassista nuovo che appare di tanto in tanto, e che magari fra vent’anni sarà tra i più famosi del mondo. In particolare i batteristi si giovano dei suoi consigli, e dopo un po’ spariscono perchè diventano fortissimi e quindi cominciano a lavorare in giro sempre più intensamente. Cosa dire di Greg oltre al fatto che è un batterista spaventoso? Ha dato un contributo grandissimo allo sviluppo della batteria moderna, nella conoscenza e rispetto profondi della tradizione. Un talento sconfinato, mi sento onorato e straordinariamente fortunato ad aver l’opportunità di suonare con lui. Ovviamente oggi è talmente occupato che lui e Bill non si vedono da tantissimi anni, e la mia mediazione ha un po’ portato a questo nuovo incontro, di cui entrambi sono entusiasti.

Da chi altri è composta la formazione di giovedì sera? Dopo Vicenza, quali sono le tappe di questo tour italiano?

Oltre a me e Bill, e Greg naturalmente, suonerà con noi Vincenzo Florio, contrabbassista. Lui è un mio amico e compagno di avventure musicali da tantissimi anni, e praticamente ogni volta che sono riuscito a portare Bill in Italia lui ha fatto parte del quartetto, molto apprezzato dallo stesso Bill. Conosce quindi il repertorio, ed ha il tiro giusto per un batterista del genere. Suoneremo in questa formazione anche a Verona, Cagliari, Roma e Parma, mentre a Sassari suoneremo in duo, e a Perugia alla batteria ci sarà Francesco Ciniglio, molto bravo, che ho conosciuto a New York ma adesso vive a Roma.


Quale sarà il repertorio previsto per questo concerto? Ci sono pezzi ai quali siete particolarmente legati?


Il nostro repertorio, devo dire, è sconfinato. Bill ama anche sorprendermi con brani che magari non suoniamo da anni, perchè, come dicevo, ama sempre mettersi e metterci tutti alla prova, per non sederci mai sugli allori. 
Tra i pezzi più probabili, ci saranno pezzi originali miei e di Bill, pezzi di Frank Foster, Freddie Hubbard, Tina Brooks, Johnny Griffin, Tadd Dameron, e ovviamente songs dal Great American Songbook. C’è un pezzo in particolare che è la nostra theme-song, che e’ stato scritto dalla hammondista Shirley Scott ed è dedicato al grande George Coleman, intitolato Big George.

Marco Di Gennaro Bill Saxton big